Il ciuccio

Lara si svegliò e cominciò a gorgogliare: – Gloghigloghigloghi…

La cameretta, rallegrata dai vivaci disegni incorniciati e dai giocattoli sparsi, era immersa nel silenzio rotto solo dai suoi chioccolii, nel chiaroscuro della tapparella non del tutto abbassata.

Mia cognata posò la tazzina di caffè sul piattino, facendolo tintinnare, e infilò frettolosamente i piedi nudi negli zoccoli rovesciati sotto il tavolo. Si avvicinò alla culla in punta di piedi e io la seguii. Era un po’ che non vedevo mia nipote.

Appena lei ci vide entrare afferrò la collana di animaletti di peluche, che penzolava sopra sua testa e si sollevò lanciando gridolini di gioia. Aveva il visetto rosso e stropicciato, Monica la prese tra le braccia e se la sbaciucchiò tutta.

Quando Lara si stancò delle effusioni materne si puntellò e, contorcendosi, tese le bracciotte paffute verso me.

L’abbracciai. Era calda e appiccicaticcia e odorava di sonno e di acidino. All’improvviso afferrò il ciuccio dalla sua bocca e lo ficcò nella mia…

Dopo un attimo di esitazione lo sputai nel bicchiere di plastica viola col muso da coniglio e bisbigliai al suo orecchio: – Grazie porcellina di avermi offerto una cosa tanto preziosa – e lei incollò la bocca alla mia faccia sbavandomi d’affetto.

La compagna di banco

Oggi non posso venire a fare i compiti con te – annunciò Raffaella alla compagna di banco, mentre riponeva il quaderno di geometria nella sacca.

Letizia fece un cenno di assenso, tutta intenta ad assottigliare con la lingua una gomma da masticare.

Non mi chiedi perché? – domandò l’amica, intanto che il professore di matematica usciva.

Perché? – chiese, fecendo scoppiare il palloncino che si incollò sul naso.

In quel momento entrò l’insegnante di musica con una pila di spartiti sugli avanbracci, richiamando l’attenzione della classe. I ragazzi ridacchiarono, pensando alla gigantesca scritta apparsa qualche giorno prima sul muro esterno della scuola: “La professoressa di musica suona il flauto e suo marito la tromba”.

Getta via quella cicca, tu! – esclamò la donna con la sua voce stridula che ricordava un ottavino, sparpagliando i fascicoli sulla cattedra.

Letizia sputò il chewing-gum e lo appiccicò sotto il banco. – Allora? – sbuffò all’orecchio della compagna – perché?

Vado al funerale – rispose lei abbassando gli occhi con espressione grave.

Al funerale? Oddio, mi dispiace, chi è morto?

Un caro amico di famiglia – gongolò Raffaella, soddisfatta di aver attirato l’attenzione su di sé. – Pensa – disse facendo una smorfia – la moglie avrà un bambino tra quindici giorni… – dopo una breve pausa riprese: – Il poverino nascerà senza un braccio o, chissà, senza una gamba.

Co… come fai a saperlo? – farfugliò Letizia, sconvolta.

Lo sanno tutti che per fare un figlio ci vogliono nove mesi – fece Raffaella con aria da saputella. – Non un giorno di meno. E quando il padre è morto, il bambino non era stato completato.

Una storia in due versioni

Un’altra cioccolata? – mi propone il cameriere con un sorriso indulgente. Aspetto da un’ora e sono alla seconda consumazione.

Sì… grazie – farfuglio imbarazzata.

Ciao – fa una voce maschia e sensuale dietro di me appena il cameriere se ne va.

Mi giro. – Ciao – rispondo un po’ seccata: il solito attaccabottoni. Ma quando lo vedo, bello come un Adone, rimango senza fiato.

Roger – mi sussurra tendendo la mano. Mi guardo intorno: è sicuro che ce l’ha con me? Penso. Non sono abituata ai tipi di serie A, mi mettono a disagio.

Alba – rispondo, stringendogliela.

Sei una ragazza molto carina – lo sento dire – e lui non ti merita.

Wow! Se solo avessi sospettato di incontrare un figo del genere mi sarei truccata e vestita un tantino sexy… Ma cosa sto pensando? Sto aspettando il mio fidanzato… Un fidanzato che mi ha dato buca, come al solito, valuto risentita.

Faccio finta di cercare qualcosa nella borsetta per distrarmi dal complimento, lui si siede al mio tavolo e mi offre da bere. Non so cosa abbia trovato questo in me, quando là in fondo ci sono tre avvenenti ragazze pronte a saltargli addosso… Non sarà venuto qui per salvarmi dall’imbarazzo del bidone? Che umiliazione! O magari è arrapato e gli piacciono le donne come me, timide e un po’ casual.

Adesso devo andare – dico. Sperando di non essere aggredita da una sfilza di parolacce, come quella volta che rifiutai quel cafone… – Grazie della compagnia.

Roger si alza e mi accompagna alla porta regalandomi un sorriso da infarto. Non ha nemmeno provato a fermarmi, penso indispettita.

Mi guarda andar via e gli faccio un ultimo cenno. Accidenti a me e alla mia lealtà, mugugno. E al solo pensiero di aver perduto un’occasione simile mi mordo le mani.

* * *

Un’altra cioccolata? – insiste il cameriere con un sorriso di dileggio sulle labbra, quando vede che dopo un’ora sto ancora aspettando l’uomo fantasma che mi ha tirato il bidone.

Sì, grazie – rispondo, senza riuscire a nascondere l’imbarazzo.

Mi stavi aspettando? – fa una voce antipatica dietro di me, facendomi sussultare. Mi giro di scatto e quando si siede al tavolino lo avverto che sto aspettando il mio ragazzo.

Quaaale ragazzo? – ghigna. È l’uomo più brutto che abbia mai visto. All’altro tavolo tre ragazze parlottano lanciandomi occhiate solidali, anche se sono contente di essersi finalmente liberate dal buzzurro.

Sono Roger – dice come se fosse l’unico maschio al mondo. – E tu chi sei? Maria?… Lucia?… – Okay, non sono abituata ai tipi di serie A, ma nemmeno ai farfanicchi come lui.

No! Sono Alba – rispondo, pentendomi di avergli rivolto la parola.

Mmm – ammicca con un’alzata di spalle – non sei male. Se mi paghi un caffè ti faccio compagnia finché arriva il tuo bello – ride. – Ammesso che arriva…

Sono senza parole… Se solo avessi sospettato di incontrare un simile maleducato, oggi, giuro che non sarei uscita di casa.

Devo andare – dico seccata, scattando in piedi. Roger si alza e mi segue, cercando di fermarmi con le sue manacce luride. Ho già vissuto una violenza simile, rimugino pensando a quella volta che quel cafone mi aggredì in pubblico. Lo strattono e mi allontano, gettandogli uno sguardo malevolo. Lui si appoggia allo stipite con le mani in tasca e mi guarda andar via. – Sei solo una che è stata bidonata – sogghigna. – Che non vale ‘na mazza… Una dietro alla quale non vale la pena correre.

Il palloncino con le orecchie

Mia madre mi mise in braccio il bambino e mi fece sedere in cima ai quattro scalini esterni del portone di fronte a casa. Quello col picchiotto d’ottone a forma di mano che io e i bambini del rione contribuivamo a tenere lucido.

Sta’ buona qui e guarda la gente che passa – disse. – Io ti tengo d’occhio.

Era la festa del paese e c’era un gran viavai. Le bambine saltellavano felici nei loro vestiti nuovi, con in mano i palloncini colorati che facevano ballare tirando i fili, mentre i maschi correvano spaventandole facendo scoppiettare i mortaretti.

Anch’io avrei voluto indossare il vestitino della festa e passeggiare insieme a mamma e papà, con un palloncino rosso.

Una smorfiosa passandomi accanto mi canzonò: – L’uccellino in gabbia che muore dalla rabbia… – Sfoggiava un palloncino a forma di coniglio e mi faceva la linguaccia. Non avevo mai visto un palloncino con le orecchie.

Lo guardavo ammaliata dimenticandomi di avere il fratellino sulle ginocchia, che pian piano mi scivolava via rotolando giù per i gradini.

Aiuto! – gridai piangendo spaventata, senza riuscire a spostarlo di un millimetro. Mia madre attraversò di corsa la strada sollevandolo e lasciando lungo la via una scia di gocce rosse, mentre la mia mente vacillava nel fumo dei petardi crepitanti.

La bella addormentata

Riky – sussurro sollevandomi sui cuscini, quando mio nipote entra nella stanza dell’ospedale. – È il terzo giorno consecutivo che vieni a trovarmi… non ti ho mai visto tanto spesso da quando sono stata ricoverata.

Beh? – mi fa lui accarezzandomi la guancia col dorso dell’indice, come faceva da bambino – non posso venire a far visita alla mia zietta preferita?

Sorrido, fingendomi lusingata. – Purtroppo per te – bisbiglio, trovando ancora la forza di scherzare – sono la tua unica zia. – Dio solo sa, quanto amo quel ragazzo che ho cresciuto come un figlio.

Hai forse paura che stia morendo? – chiedo.

Tu non morirai mai, zietta – risponde lui allegro. Ma vedo l’ansia sul suo volto.

Sospiro, con le braccia incrociate sul petto per non lasciar sfuggire questo cuore capriccioso. Mio Dio, chi starà in ansia per lui quando non ci sarò più?

Lo guardo di sottecchi. – Beccato! – esclamo con tutto il fil di voce che mi resta, puntandogli il dito contro, mentre sbircia la ragazza che dorme nel letto accanto al mio.

Okay – si giustifica – non l’ho mai vista sveglia. Cos’ha? – domanda, fingendo indifferenza.

Non lo so. Dorme sempre e non ho avuto modo di scambiare neppure due parole.

*

Come sta la mia zietta preferita? – domanda Riky il quarto, il quinto e il sesto giorno, spiando la ragazza di cui non sapeva nulla, neppure il nome. La dormiente che il settimo giorno non vide più e che aveva soprannominato “la bella addormentata”.

Il malinteso

Massimo si avvicinò alla moglie con un sorriso imbarazzato: questa sera sarebbe successo tutto e non poteva più aspettare; bisognava che glielo dicesse.

La sbirciò. Aveva preso l’abitudine di abbracciarsi la pancia da quando era incinta. Prese coraggio e si pentì dato le condizioni, ma per miseria doveva dirglielo!

Sai? – sussurrò cauto – volevo…

Ssst! – fece Giulia con un sospiro di sollievo, aveva creduto chissà cosa. – Ci sono i bambini, non puoi aspettare stasera?

Non è questo! – si spazientì lui. Sua moglie aveva il brutto vizio di interromperlo quando parlava, mandandolo in bestia, e ora doveva trovare il coraggio di ricominciare.

Allora cos’è? – chiese apprensiva – C’è qualcosa che non va?

No, no, tutto a posto – fece irritato, sentendosi in colpa – è solo che… – si schiarì la gola – ho conosciuto una donna.

Una donna? Che ansia! Cosa stava cercando di dirle?

Si chiama Leda e vorrebbe un figlio – disse a disagio. – Il marito ha avuto un incidente e non può averne… comunque stasera vengono qui. Sai – fece ammiccando – saremo in quattro a… sempre che tu ci stai?

Giulia spalancò gli occhi. – Ma cosa dici? – esclamò scioccata, chiudendo la porta del soggiorno dove stavano giocando i bambini.

Depravati! Per chi ci hanno preso? Come hai potuto pensare che noi… che io… – e proruppe in un pianto isterico, proteggendosi il pancione quasi al termine della gravidanza.

No, non fraintendermi! Quelli non vogliono, ehm… capisci? – si difese agitando una mano. – Quelli vorrebbero… uff! Quelli sono ricchi sfondati e vorrebbero adottare il nostro bambino.

Incompatibilità di colori

– Ma… amore, il dottore mi ha ordinato di mangiare in bianco!

– Perché, io cos’ho fatto? – chiede la moglie indaffarata, cominciando a sparecchiare.

– E lo chiami bianco questo? Dì, tu mi vuoi vedere morto! In questo piatto ci sono tutti i colori dell’arcobaleno. Perché, invece, non mi cucini un bel piatto di tagliatelle panna prosciutto e piselli?

– Oh! Quelli sì che ti fanno bene, vero? – obietta lei – Tanto vale che ti suicidi!

– Se alludi ai piselli puoi anche toglierli, anche se qualche traccia di rosato e di verdino non hanno mai fatto male a nessuno.

Sua moglie gli lancia un’occhiata di compatimento. – Se il medico ti ha consigliato di mangiare in bianco ti faccio mangiare in bianco, okay?

– No, amore, il medico non mi ha consigliato di mangiare in bianco, me l’ha ordinato! Mettitelo bene in quella zucca vuota!

Monica scrolla le spalle. – Allora mangia quello che ti ho preparato e non fare storie. So quello che faccio.

Dario agita la forchetta nel piatto. – L’esperta dei miei coglioni… questo è rosso! – sbraita infilzando un pezzo di pomodoro. Questo è verde e quest’altro è… ma perché sto a perder tempo? Fammi le tagliatelle okay, amore?

Monica sbuffa, butta tutto nella pattumiera e gli prepara le tagliatelle con prosciutto, piselli e panna. – Eccoti servito, aaamore! E se ti verrà la colica recita il mea culpa.

– Oh! – esclama Dario soddisfatto – Questo è quello che si chiama mangiare bianco! – e in un minuto risucchia tutto come se al posto della forchetta avesse una cannuccia.

Un’ora dopo viene ricoverato in ospedale e la prima domanda che gli viene posta, dato che continuava a vomitare, è: – Cos’ha mangiato?

– Tagliatelle con prosciutto, panna e piselli…

Il medico lo guarda severo – Glielo ha detto a sua moglie che le ho prescritto una dieta assolutamente bianca?

– Certo che gliel’ho detto… – poi fa sconsolato – lo sapevo che non dovevo permetterle neppure quei colori tenui. Ma cosa vuole l’esperta in cucina è lei, io mi sono fidato, mica me ne intendo.

– Be’, prima o poi sarebbe successo – lo consola il chirurgo stringendosi nelle spalle. – Comunque, domani mattina togliamo la cistifellea e non ci pensiamo più – dice facendo il gesto delle forbici, con le dita.

– Togliermi la cistifellea?!!! – urla Dario, come se lo avessero condannato alla castrazione. – Ma io le faccio causa a quella! Io le chiedo il divorzio…

– Che esagerato! – lo interrompe il dottore – Per cosa, per incompatibilità di colori?

Trick or “TRIP”!?!!

Mezzanotte. Intorno alla fontana le streghe ballano a piedi nudi facendo tintinnare miriadi di perline, cantando suggestive canzoni con voci di sirene.

Portano lunghe vesti dalle tinte vivaci, sopravvesti di pizzo nero stracciato e capelli arruffati scintillanti di polvere d’oro e d’argento. Sono donne seducenti, eleganti, niente a che vedere con fattucchiere, incantesimi e sortilegi.

Sembrano vere – sussurrano i passanti indicandole, mentre per le strade buie i lampioncini di zucche ghignanti incantano i bambini che respirano aria di magia tra zombi e spiritelli dispettosi.

Nel calderone ferve un liquido color giada e ognuna di esse aggiunge una manciata di ingredienti speciali.

Pozioni gratis per tutti! – annunciano. E tutti gustano la deliziosa bevanda.

La più anziana chiude il libro miniato in cui svolazzano piccoli demoni d’inchiostro colorato, schiacciandoli. Ammicca. Poi, in un unico fluido movimento le streghe si innalzano nel cielo. Tutti applaudono, gridano di meraviglia… un’esplosione di scintille ed è il nulla.

Il mattino seguente gli amici si ritrovano per il caffè. Parlano della bellissima nottata trascorsa come fosse un sogno.

Parlano del sogno condiviso come fosse una realtà.

Un sogno comune… Una realtà fuori dal comune… “Parlano di Halloween”.

Fieni_veleni_LIM

gentilmente concessa da L.I.M.

Stralcio di un mio vecchio racconto fantasy

Oh, andiamo, madre… – protestò Dry umiliata, coprendosi con la mano un grosso livido sul volto. – Sono due anni che durante le ricorrenze mensili mi batte perché non rimango incinta – si lagnò esprimendo il proprio risentimento per il marito.

Arriverà il momento, figlia… – disse la madre carezzandole un braccio – arriverà. – Non era un tipo espansivo e si sentì a disagio nel compiere un gesto tanto intimo.

Ma quale figlia! – si stizzì lei sottraendosi – Potevate rifiutarvi di maritarmi a quell’avanzo di galera. Lo sapevate tutti che mi davate in sposa al nipote di Jüshk-Jüshk – fece piccata.

Io non conto nulla, lo sai, ci fosse stato almeno tuo padre…

Capirai? – ribatté Dry, acida. – Comincio a pensare che mia sorella è stata fortunata a crepare, almeno non è stata barattata come me.

Questa è la nostra usanza figlia mia – fece scuotendo il capo – se i tuoi fratelli hanno agito così avranno avuto le loro ragioni e tu eri la sola pedina rimasta dopo la disgrazia di Kirsh.

Oh, madre, vi prego, mi rifiuto di essere considerata una pedina! Per quanto – aggiunse con disgusto – noi donne siamo solo un mezzo per raggiungere un fine.

Non dovresti più vedere Sheryl e Athina, hanno una cattiva influenza su di te…

Io ci lavoro con quelle persone.

È proprio per questo che non posso impedirti di frequentarle.

Voi non avete più alcuna autorità su di me. Non sono più vostra merce, madre! Avete dimenticato che mi avete venduta?

Ecco, vedi? Sei sempre la solita ribelle. A quanto pare non è sufficiente il trattamento che ti somministra tuo marito.

Non avevo dubbi su come la pensavate – disse Dry con disprezzo.

Non credere che abbia avuto miglior sorte della tua – riprese la donna con lo sguardo lontano. – Da ragazza anch’io mi sono opposta alle ingiustizie della vita e dopo essere stata massacrata mi maritarono a tuo padre a soli quattordici anni, sbarazzandosi di me come di un vecchio acciacco. Avevo vent’anni quando misi al mondo il primo figlio… – s’interruppe mordendosi le labbra, pentendosi di aver rivelato troppo. Nello sfogo d’ira, però, non si lasciò sfuggire che aveva abortito quattro volte per le troppe percosse. Non rivelò che aveva abortito altre sei volte tra un figlio e l’altro finché restò vedova.

Ora bisogna che vada – disse alzandosi dalla sedia. – Arrenditi all’inevitabile, figlia mia, come ho fatto io.

Dry vide la madre prendere la borsa e uscire dalla casa di Jüshk. Non aveva parole di conforto per quella donna alla quale tanto a lungo aveva serbato rancore.

Non me l’avete mai detto, madre! – le gridò dietro mentre andava via. – Perché? – Forse se avesse osservato senza ostilità i suoi occhi avrebbe compreso con quanta sofferenza quella vecchia che aveva poco più di quarant’anni aveva dovuto rassegnarsi a una vita tanto dura. Ma mai e poi mai Dry avrebbe immaginato che sua madre, così orgogliosa, aveva sognato come una qualunque ragazza. Come lei.

Oooh, quanto odio questo mondo! – urlò con rabbia – Un giorno fuggirò via da tutto questo! Fuggirò via da quel farabutto di Jüshk! E se non ci riesco mi getto nell’orrido, ma prima lo uccido!

Ride bene chi ride ultimo

Accovacciata ai piedi del letto c’era la Vita che piangeva e mi supplicava di restare. Di non abbandonarla.

Ti prego – sussurrai – lasciami andare.

Abbassai le palpebre e mi lasciai trasportare nel nulla, dove il nulla mi turbava meno di niente.

Le voci intorno a me si affievolivano, quasi non le sentivo. L’ultimo suono sommesso, appena udibile, era il pianto di mia madre che scemava nel tempo: quel pianto che non mi riguardava più, quel tempo che non mi apparteneva, ormai. Mentre venivo risucchiata in un vortice formando un tutto unico con lo spazio.

La Morte guardò beffarda la Vita e sghignazzò crogiolandosi nella propria autorevolezza. Nella sprezzante ostentazione di superiorità: l’ennesimo merito in suo onore.

Cos’era quell’eco lontano che mi scosse dal torpore? Ero quasi nel tempo del non-ritorno quando mi raggiunse. La Vita, che mi teneva ancorata a un filo di speranza, percepì il labile sospiro e senza perdersi d’animo mi levò come una piuma riportandomi alla realtà.

Grazie Signora! – la schernì – Sarà per la prossima volta.

La Morte se ne andò imprecando, il cappuccio tirato sul capo a celare la propria sconfitta. Era stata Lei, con la sua roboante risata a restituirmi alla Vita.